Resistenza naturale
Diretto da
Dieci anni dopo Mondovino, il regista racconta l’urgenza e le sorprese di una nuova resistenza italiana: nel vino, nell’agricoltura e nel cinema. Scopre un movimento di vignaioli e agricoltori “naturali” che ci offrono speranza e gioia tramite la loro ribellione contro un sistema politicoeconomico fallito che omologa e avvelena la produzione agro-alimentare. Vivendo come molti di noi sognerebbero, quattro vignaioli emblematici, nuovi contadini in fuga dalla città, lottano per l’autenticità, la biodiversità e la libertà. E il vino, con la sua forza vera e simbolica nella nostra cultura, diventa portavoce di una denuncia che riguarda tutta la catena di produzione alimentare.
L’idea del film è nata a Pacina in Toscana, durante una riunione di fine estate su un progetto che si sarebbe svolto presso la Cineteca di Bologna con lo scopo di celebrare lo spirito di resistenza di quegli agricoltori italiani che, pur preservando il valore storico e culturale di prodotti come salumi, cereali, formaggi e vino, vengono tuttavia trattati alla stregua di fuorilegge dalla repressiva “burocratarchia” di Bruxelles. Mentre eravamo seduti a discutere delle sfide da affrontare nel trasmettere la vitalità del passato attraverso il presente, a un tratto ho avuto la sensazione che quello scambio fosse un autentico momento di cinema.
Era un incontro appassionato e commovente, allo stesso tempo ironico e provocatorio, al quale mi è parso un privilegio poter partecipare. Trovandomi lì con la mia videocamera non ho perso l’occasione di documentare quel momento. Si è discusso di questioni di vitale importanza in ambito ecologico, sociale e culturale e nel mentre le barriere tra amicizia e lavoro, tra macchina da presa e soggetto, sono venute meno. Così nelle settimane successive io e mia moglie abbiamo deciso di andare a visitare i vignaioli direttamente nelle loro terre. La nostra macchina da presa passava dalle mani di uno a quelle dell’altro e seguiva questi nostri protagonisti “involontari” nei loro campi e nei vigneti dove lavorano. Sono contadini moderni rivoluzionari in grado di vedere la propria attività agricola in un quadro politico, sociale, ecologico ed economico molto più ampio e complesso di quanto non potessero fare i contadini fino a qualche generazione fa.
La storia che accomunava questi quattro viticoltori mi ha permesso di capire come potesse prendere forma un racconto di dimensioni maggiori poiché la loro strenua lotta per la sopravvivenza del gesto artigianale indipendente e autentico in un mondo post-globalizzato mi ha emozionato. E la presenza felice di Gian Luca Farinelli, uno dei difensori più appassionati della nostra cinefilia collettiva, sempre più in via di estinzione, è diventata fondamentale per stabilire un legame tra il mondo del dissenso contadino, degli agricoltori autentici, e il mondo del dissenso nel cinema da parte della cosiddetta “alta cultura”.
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